Obbligo di laurea per gli amministratori di condominio e istituzione di un elenco nazionale per gli stessi amministratori di condominio e per i revisori contabili. Sono i punti più discussi dell’atto n. 2692 depositato alla Camera con prima firmataria l’onorevole Elisabetta Gardini di Fratelli d’Italia (diplomata) ma che vede anche altri parlamentari di maggioranza tra i sottoscrittori.
La notizia è stata accolta con preoccupazione da una buona parte di chi già esercita la professione di amministratore di condominio: non solo da chi è in possesso del solo diploma di scuola secondaria che attualmente è sufficiente. Perplessità che hanno un fondamento.
Una rivoluzione in condominio?
Il disegno di legge C. 2692 promette di rivoluzionare l’accesso alla professione di amministratore di condominio, introducendo requisiti più stringenti e un elenco nazionale che, nelle intenzioni, dovrebbe “qualificare” il settore.
Ma, nei fatti, molti professionisti leggono il testo come l’ennesimo intervento punitivo e scollegato dalla realtà dei condomini italiani.
L’idea dell’obbligo di laurea per amministratori di condominio è il punto più contestato: una misura che rischia di creare più discriminazioni che qualità e che appare lontana dalle reali esigenze della gestione condominiale.
Obbligo di laurea per gli amministratori: tutte le obiezioni
Escludendo (almeno si spera!) che gli attuali amministratori diplomati debbano fermarsi ai box in attesa di conseguire una laurea, uno degli aspetti più criticati è l’enorme sperequazione che si verrebbe a creare tra:
- amministratori già in attività (che naturalmente continuerebbero a lavorare anche qualora sprovvisti di laurea, perché la norma non può essere retroattiva),
- e i neo amministratori, ai quali invece verrebbe imposto un titolo di studio universitario.
Un paradosso evidente: se chi già lavora senza laurea sarebbe considerato comunque idoneo (e ci mancherebbe altro!), allora perché imporre alle nuove generazioni di amministratori un titolo evidentemente non imprescindibile? Per creare figli e figliastri? Per porre le basi di una professione a due velocità?
Ma il punto spinoso anche un altro: quale laurea?
- Dovrebbe essere una laurea esistente?
- Servirebbe un corso di laurea interamente nuovo? E quindi con quali tempi?
- Oppure basterebbero percorsi generici come economia, giurisprudenza o ingegneria?
Al momento, la sensazione è quella di un requisito introdotto più per “fare scena” che per reale visione strategica.
A meno che il disegno non sia quello di andare nella direzione di “scuole di alta formazione”, magari create in seno alle associazioni di categoria o a qualche università telematica, con due percorsi (per amministratori laureati e non laureati) eventualmente sostitutivi dei corsi ex Dm 140/2014. Il tutto in omaggio al vecchio adagio secondo cui a pensar male si fa peccato, ma…
In attesa dell’ardua sentenza, molti addetti ai lavori ricordano che la competenza nel condominio non deriva dal titolo accademico, ma dall’esperienza sul campo, dalla formazione continua di qualità, dalla capacità di mediazione e dalla conoscenza delle normative (su impianti, sicurezza, bilanci, contenzioso).
Tutte competenze che si apprendono non necessariamente (e talvolta tutt’altro che) in un’aula universitaria.
Corsi di formazione per amministratori: i nodi irrisolti
La proposta rilancia anche l’annosa questione del registro nazionale degli amministratori e dei revisori condominiali.
Un’idea che ciclicamente ritorna e che, ancora una volta, rischia di essere vuota e puramente formale.
Il registro, infatti, non risolve la vera criticità del settore: la totale assenza di un controllo serio sui corsi di formazione e aggiornamento obbligatorio.
Oggi accade che:
- molti corsi vengano svolti solo sulla carta;
- gli esami non sempre avvengono in presenza, nonostante la legge lo richieda;
- la formazione, “inclusa” nelle quote associative delle organizzazioni di categoria, ne rappresenti il core business…
Non solo obbligo di laurea per gli amministratori di condominio ma anche registro: a vantaggio di chi?
A queste osservazioni si ricollega dunque una domanda: con quali criteri verrebbe gestito il nuovo elenco nazionale?
Due ipotesi inquietanti:
- Il requisito potrebbe essere semplicemente il pagamento di corsi di aggiornamento, senza garanzie di qualità, efficacia o reale partecipazione
- Oppure – ipotesi ancora più grave – il requisito potrebbe diventare l’iscrizione a un’associazione di categoria, trasformando il registro in un “regalo politico” a chi di fatto già gestisce in quota maggioritaria il business della formazione.
In entrambi i casi, il legislatore non risolverebbe alcun problema reale, ma introdurrebbe un sistema che rischia di favorire pochi soggetti anziché tutelare i condòmini e garantire una vera qualità professionale.
Revisore condominiale: opportunità o obbligo?
Sulla proposta aleggia inoltre un altro spettro: quello che la nomina del revisore contabile condominiale, da facoltà dell’assemblea diventi un obbligo.
Anche qui si rischia di generare:
- nuovi costi per i condomini,
- nuovi adempimenti,
- una duplicazione delle funzioni già svolte dall’amministratore o dal consulente fiscale.
Il tutto in un contesto dove i condomìni italiani sono già sotto pressione per aumenti di spese, inflazione, morosità e complessità normativa.
Un intervento legislativo che divide la categoria
Tirando le somme: l’atto 2692, presentato come una modernizzazione necessaria, in molti amministratori sta suscitando una percezione opposta: un intervento calato dall’alto, non condiviso, sbilanciato e anzi potenzialmente dannoso.
La gestione condominiale ha certamente bisogno di più professionalità, più trasparenza e più controlli. Ma imporre una laurea solo ai neo amministratori, creare un registro nazionale senza affrontare il nodo dei corsi di formazione e moltiplicare le figure “certificate” non rappresenta una soluzione.
La qualità non si impone con la burocrazia.
La qualità si costruisce con:
- formazione seria e verificata,
- controlli reali,
- requisiti equi,
- regole chiare e applicabili,
- ascolto degli operatori del settore.
